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Sostenibilità fa rima con economicità?

Perché un’azienda sostenibile dovrebbe essere anche un’azienda più sana e performante?

 

Numerose ricerche fatte da a università e studiosi documentano come le imprese impegnate nell’implementazione di pratiche sostenibili abbiano visto il loro fatturato crescere. Non solo. Dalle interviste si sostiene che la sostenibilità abbia portato benefici anche nella redditività aziendale.

Essendo un economista aziendale, abituato a vedere bilanci e conti correnti bancari, mi sono spesso domandato: è documentabile il nesso tra la sostenibilità e il bilancio aziendale?

Il percorso tra il conto corrente bancario e una politica orientata alla sostenibilità può essere lungo e tortuoso e non è detto che sempre ci sia. O meglio, non è detto che uno sia la conseguenza cercata dell’altro. Quindi prima di addentrarmi in questo percorso è necessario posizionare il tema in modo corretto.

Cosa muove un imprenditore nella sua quotidiana attività creativa e gestionale? Non è il conto corrente, ma la voglia di costruire e sviluppare la propria azienda. Il conto corrente diventa la misura dell’efficienza con cui realizza il suo sogno e la condizione necessaria ma non sufficiente per proseguire nell’impresa. Questo non vuol dire che non ho mai incontrato imprenditori che per un euro erano capaci di lasciare una persona per strada o che, per soldi, abbiano fornito ai propri clienti prodotti e servizi scadenti o “taroccati” (e nel vino, ogni tanto, viene fuori qualche brutta storia). Posso invece dire che la maggior parte delle persone che ho incontrato nel mondo del vino antepongono il loro desiderio di costruzione alla monetizzazione del loro lavoro. In questi casi il nostro lavoro consiste nell’accompagnarli mettendo al centro dell’attenzione tutti i fattori in gioco affinché il loro desiderio sia “sostenibile”.

La sostenibilità è quindi un fattore intrinseco al lavoro dell’imprenditore: dice se la sua idea e il suo sogno hanno possibilità di avere un futuro, se sapranno “sostenerne” lo sviluppo.

Dalla sostenibilità del progetto (prospettiva interna) alla sostenibilità ambientale, economica e sociale, come oggi promossa dai 17 SDGs – Sustainable Development Goals, il passo è corto.
Esaminiamolo a livello di:

  • prodotto e mercato
  • processi di lavoro
  • produttività e ambiente di lavoro

 

Prodotto e mercato

Sono stato di recente al Forum Cdo Agroalimentare e Stefano Galli (global business partner Nielsen) ha realizzato un focus sul tema ambientale. Ha spiegato, numeri alla mano, che i consumatori sono disponibili a cambiare le loro abitudini, a modificare le loro scelte anche privandosi di alcuni prodotti e a spendere di più se il prodotto è sostenibile, ma deve essere buono. Il “buono per me” resta il primo criterio di scelta del consumatore ma è sempre più affiancato dal “buono per il pianeta”.

Stefano Galli: “La difesa dell’ambiente sta scalando la classifica delle preoccupazioni degli italiani. Se lo scorso anno si parlava di crimine e bollette, quest’anno è entrata nella top5 e con il 59% è seconda solo alla disoccupazione che ha il 60%.” Si dichiara estremamente preoccupato il 32% per l’inquinamento dell’aria, il 28% per il cambiamento climatico, il 27% per l’uso dei pesticidi, il 26% per lo spreco di cibo e packaging.” Prosegue Galli: “Interessante notare come il 61% degli italiani si dica pronto a prendere iniziative e a cambiare abitudini di acquisto e consumo per ridurre l’impatto sull’ambiente. Ed è soprattutto su design, tipologia e dimensione del pack, brand, che il consumatore è maggiormente predisposto al cambiamento; mentre su varietà, gusto e consistenza del prodotto la tendenza è minore. Sostenibile sì, ma buono per me”. Ma la vera novità è stata in queste parole: “Le vendite green rappresentano il 19,4% del fatturato e valgono 6,9 miliardi. Questi prodotti, rispetto alla media degli alimentari venduti in Italia, crescono a valore del 3,4%, a una velocità quasi doppia rispetto al mercato. Quindi chi dichiara di essere disponibile a spendere di più, poi lo fa veramente: non è solo un dichiarato, ma si sta iniziando a vedere un comportamento effettivo“.

Il nesso tra la sostenibilità del prodotto e vendite è quindi oggi un dato certo e documentato.

Processi di lavoro

Essere sostenibile costa. Non ho ancora trovato qualcuno che mi dimostri il contrario. La coltivazione sostenibile, se è vero che riduce alcuni costi per trattamenti o altro, dall’altra ha maggiori costi di gestione e spesso rese minori. Il risultato è che oggi il prodotto sostenibile costa di più e quindi deve essere venduto ad un prezzo maggiore. Lo sviluppo di tecniche nuove potrà sicuramente ridurne i costi ma, quando avverrà, il mercato non sarà più disposto a pagare di più per averli e la sostenibilità non sarà più un fattore distintivo.

Produttività e ambiente di lavoro

Promuovere la sostenibilità fa lavorare meglio. In questo ambito diventano interessanti altri indicatori di sostenibilità che non sono strettamente legati al fattore “green”. Parlo di salute, parità di genere, lavoro dignitoso, crescita economica, città e comunità sostenibili, pace e giustizia. Promuovere un ambiente di lavoro che si misura con questi “goals” inevitabilmente porta le persone a vivere un “senso di appartenenza” al luogo di lavoro che migliora le performance, la produttività, l’innovazione e la capacità di adattamento al cambiamento. Sono queste delle considerazioni che poggiano su esperienze dirette ma che ancora devono essere suffragate da opportune indagini scientifiche. Per ora quindi le dobbiamo prendere come “segnali” auspicando che siano presto resi disponibili dati e informazioni che meglio ne documentino gli effetti.

Se a livello di processo le tecniche più innovative renderanno la sostenibilità più diffusa in tutti gli ambienti di lavoro, la vera differenza la faranno solo le persone. Questa è la strada da percorrere.

 

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