Crisi di impresa

La continuità aziendale e il Codice della crisi e dell’insolvenza

Un adeguato sistema informativo favorisce l’acquisizione di informazioni utili a intercettare i segnali di una crisi d’impresa. Gli strumenti di allerta permettono di veicolare al meglio il flusso delle informazioni a vantaggio di decisioni e azioni tempestive da parte del management aziendale. Con l’entrata in vigore del Codice della crisi e dell’insolvenza, le imprese avranno a disposizioni una serie di strumenti che, rispondendo alle sollecitazioni del sistema di allerta, permetteranno la lettura dei fenomeni in corso, al fine di scongiurare e/o risolvere uno stato di crisi che possa rendere probabile l’insolvenza del debitore.

Codice della crisi e dell’insolvenza: obiettivi e procedure

Tra i principali obiettivi del Codice della crisi e dell’insolvenza, che entrerà in vigore a partire dal 1° settembre 2021 (il termine originario di entrata in vigore, previsto dalla D.Lgs. 14/2019, è stato differito al 1° settembre 2021 dall’art. 5 del D.L. 23/2020, c.d. “decreto liquidità”, convertito in L. 40/2020), vi è indubbiamente quello di offrire all’impresa una serie di strumenti utili a intercettare i prodromi di uno stato di difficoltà, sia da un punto di vista reddituale, che patrimoniale e/o finanziario.

Il D.Lgs. n. 14/2019 muove in un’ottica di continuità aziendale, privilegiando la ristrutturazione delle imprese, che ha origine da un sistema di allerta, in grado di tradurre gli eventi passati in scenari futuri, al fine di favorire interventi tempestivi, capaci di rilevare, prima, e sanare, in seconda istanza, uno stato di crisi.

In quest’ottica, con la presente rubrica, da una rilettura non convenzionale del Codice della crisi, quasi a voler disegnare una mappa concettuale, ci si vuole soffermare sulle procedure rinvenibili nel Codice sotto un duplice aspetto: giuridico ed economico-aziendale.

Parlando di profilo giuridico, la “rinnovata” responsabilità dell’imprenditore, richiamata dall’art. 2086 del codice civile, rappresenta il primo passaggio alla base delle procedure di attivazione della risoluzione della crisi d’impresa, attraverso il ricorso agli istituti stragiudiziali, quali l’Organismo di Composizione della Crisi d’Impresa (OCRI). La funzione dell’OCRI e il ruolo svolto dai soggetti abilitati alla segnalazione dello stato di insolvenza, costituiscono il corollario della ratio che ha caratterizzato la riforma della legge fallimentare.

Da un punto di vista economico-aziendale, partendo dall’art. 13 del Codice della crisi, dopo aver fatto un cenno sugli strumenti di allerta, ci si soffermerà sulle procedure di analisi dello stato di insolvenza, richiamando quanto indicato dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, oltreché portando all’attenzione del lettore le potenzialità di ulteriori strumenti utili ad approfondire le indagini di natura reddituale, patrimoniale e finanziaria dell’impresa.

Prima di passare in rassegna quanto sopra esposto si è ritenuto doveroso fare un breve richiamo alle possibili cause scatenanti la crisi d’impresa nonché al principio della continuità aziendale in un’ottica di breve, medio e lungo periodo.

Le cause scatenanti la crisi d’impresa

L’art. 2 lettera a) del D. Lgs. n.14/2019 fornisce una definizione di crisi rubricando “crisi: lo stato di difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore, e che per le imprese si manifesta come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate”.   

Alla base dell’individuazione delle cause scatenanti una condizione di crisi, vi è sicuramente un adeguato sistema informativo, poiché in esso sono ricomprese le informazioni grazie alle quali è possibile analizzare, da un punto di vista quali-quantitativo, un determinato “fenomeno o evento” aziendale. Qualunque evento è frutto di decisioni e azioni, correlate in un rapporto di causa-effetto. In tal senso, ogni decisione genera una o più azioni, a cui si correla la “causa”, il perché, di un determinato fenomeno; la causa, a sua volta, dà origine alla conseguenza o meglio all’”effetto”, che rappresenta la componente rilevabile del fenomeno indagato. La causa può chiarire l’effetto prodotto, purché causa ed effetto non vengano confuse o sovrapposte.

La difficoltà maggiore, parlando di crisi aziendale, è che spesso l’effetto, ovvero il momento esteriore della crisi (problema), viene confuso con la causa che lo ha determinato. Per risalire alla causa della crisi, è necessario innanzitutto circoscrivere l’informazione, in quanto è solo l’informazione che esprime il dato utile a un approfondimento sulle condizioni e sullo stadio della crisi aziendale. A titolo esemplificativo, l’”effetto” del mancato incasso, non rappresenta la “causa”, che è invece data dalla scelta (decisione) sbagliata di vendere (azione) a un cliente non affidabile.

Crisi d’impresa: cause di tipo primario

Tre le cause di tipo primario ricordiamo:

  • cause esterne, riferibili a fenomeni esterni all’azienda e non facilmente controllabili, quali, ad esempio la crisi del settore in cui si opera, piuttosto che il fallimento di un cliente che garantiva cospicui fatturati, l’ingresso di un nuovo concorrente di cui si era sottovalutata la potenzialità;
  • cause interne, riconducibili, invece, al sub-sistema organizzativo, gestionale e informativo dell’impresa. Si tratta, in buona sostanza, di variabili su cui è più facile intervenire, poiché maggiormente controllabili rispetto alle variabili esterne. A titolo esemplificativo, si pensi alla sostituzione di un macchinario che garantisce una tecnologia più performante, piuttosto che alla struttura informatica resa più efficiente per agevolare il trasferimento di informazioni utili alle decisioni del management;
  • cause soggettive, richiamando le conoscenze e le competenze inadeguate del management, o gli errori di valutazione nel processo decisionale e operativo;
  • cause oggettive, che esulano dalla persona titolare (o manager), ma che, in ogni caso, ricadono sull’impresa in crisi. Esse possono essere riferite a variabili esterne o interne all’impresa.

Crisi d’impresa: cause di tipo secondario

Alle cause di tipo primario, appena descritte, fanno seguito le cause di tipo secondario, quali:

  • cause per disequilibri reddituali, che interessano la redditività dell’impresa, l’aspetto della produttività, l’autosufficienza economica e, più in generale, l’equilibrio tra ricavi e costi;
  • cause per squilibri patrimoniali, che concernono la non adeguata correlazione tra investimenti in essere, fabbisogno finanziario e fonti di finanziamento;
  • cause per squilibri finanziari, che riguardano la giusta sincronizzazione tra entrate e uscite monetarie in un’ottica di pianificazione finanziaria.  

Crisi d’impresa: altre cause

Oltre alle cause di tipo primario e secondario, alcuni studiosi classificano le cause della crisi d’impresa in:

  • cause da inefficienza, con riferimento all’impiego dei fattori produttivi e la loro scarsa ottimizzazione;
  • cause da sovracapacità/rigidità, correlata alla dinamica dell’attività strategica dell’impresa e alla sua capacità produttiva non sempre adeguata. Una domanda di prodotti o servizi inferiore rispetto all’effettiva offerta può produrre un sovradimensionamento e una certa rigidità anche in relazione all’incidenza maggiore dei costi fissi sui costi variabili;
  • cause da decadimento dei prodotti o da carenza di innovazione, che trae origine dalla gestione del portafoglio prodotto, dalla necessità fisiologica di apportare innovazione di prodotto e di processo all’interno dell’impresa;
  • cause da carenza di programmazione, che si ricollega alla scarsa attenzione alla programmazione e, più specificatamente, alla budgettizzazione e alla reportistica riferita alle differenti attività dell’azienda;
  • cause da passaggio generazionale, che si verificano nel momento in cui, per anzianità dell’imprenditore o altro motivo, vi è il passaggio dell’azienda alle nuove generazioni. Un fenomeno, quest’ultimo, che è molto avvertito nel nostro Paese considerando la presenza di molte PMI.  

La crisi d’impresa e il principio della continuità aziendale

Individuare le possibili cause, permette di comprendere in modo più efficace lo stato di crisi in cui versa l’impresa, nel rispetto del principio della continuità economica aziendale. A tal proposito, la continuità aziendale è valutata sulla scorta di informazioni di contenuto gestionale e va letta come l’attitudine dell’impresa a operare in un contesto di normale funzionamento per un arco temporale di almeno dodici mesi. Di contro, la perdita di continuità aziendale rappresenta il preludio di una condizione di crisi, da cui l’insolvenza dell’impresa, che è da intendersi come l’incapacità permanente e irreversibile dell’azienda di far fronte alle proprie obbligazioni.

Il concetto di continuità è richiamato, in modo “indiretto”, dall’art. 2423-bis, in cui indicando i principi di redazione di bilancio, si dice che “la valutazione delle voci deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva della continuazione dell’attività, nonché tenendo conto della funzione economica dell’elemento dell’attivo o del passivo considerato”. Il concetto di “prospettiva della continuazione dell’attività” fa riferimento proprio all’attitudine dell’azienda di generare flussi reddituali, che trasformandosi in flussi finanziari garantiscono la remunerazione dei fattori produttivi impiegati sia in un’ottica di breve che di medio e lungo periodo. Da canto suo, la “funzione economica dell’elemento dell’attivo e del passivo” è rappresentativa dell’armonizzazione dei fattori produttivi a breve e medio lungo ciclo di utilizzo, atti a supportare la gestione dell’impresa al fine ultimo di generare reddito e quindi ricchezza.  

Oltre al Codice civile, di continuità si parla, in misura rilevante, anche nel principio contabile OIC 11, nei paragrafi 21-24, così come nel principio di revisione (ISA) n. 570.

Nello specifico, l’OIC 11 al paragrafo 21 recita “L’articolo 2423-bis, comma 1, n.  1, del codice civile, prevede che la valutazione delle voci di bilancio sia fatta nella prospettiva della continuazione dell’attività e quindi tenendo conto del fatto che l’azienda costituisce un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito. Nella fase di preparazione del bilancio, la direzione aziendale deve effettuare una valutazione prospettica della capacità dell’azienda di continuare a costituire un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito per un prevedibile arco temporale futuro, relativo a un periodo di almeno dodici mesi dalla data di riferimento del bilancio”. Dalla lettura dell’inciso, è chiara l’enfasi che viene data al principio di continuità aziendale con una prospettiva di “almeno dodici mesi”, non escludendo, pertanto, l’ipotesi che la medesima venga inquadrata in un arco temporale ben più ampio. Seguendo quest’accezione, il medesimo principio, lo si può leggere nel potenziale reddituale, patrimoniale e finanziario che l’impresa sarà in grado di esprimere nell’arco temporale che segnerà la sua intera vita.  

Il Documento 570 riproduce più di altri il concetto di continuità aziendale con particolare riferimento all’analisi finanziaria, fondamento del D.Lgs. n. 14/2019. Nel documento n. 570, infatti, è chiaro il richiamo alle dinamiche monetarie attraverso una “proposta” di una serie di indici e indicatori di natura finanziaria, gestionale, oltreché di indicatori di natura qualitativa.

Elenchiamoli brevemente:

Indicatori finanziari

  • situazione di deficit patrimoniale o di capitale circolante netto negativo;
  • prestiti a scadenza fissa e prossimi alla scadenza senza che vi siano prospettive verosimili di rinnovo o di rimborso; oppure eccessiva dipendenza da prestiti a breve termine per finanziare attività a lungo termine;
  • indicazioni di cessazione del sostegno finanziario da parte dei finanziatori e altri creditori;
  • bilanci storici o prospettici che mostrano cash flow negativi;
  • principali indici economico-finanziari negativi;
  • mancanza o discontinuità nella distribuzione dei dividendi;
  • incapacità di saldare i debiti alla scadenza;
  • incapacità nel rispettare le clausole contrattuali dei prestiti;
  • cambiamento delle forme di pagamento concesse dai fornitori dalla condizione “a credito”alla condizione “pagamento alla consegna”;
  • incapacità di ottenere finanziamenti per lo sviluppo di nuovi prodotti ovvero per altri investimenti necessari.

Indicatori gestionali

  • perdita di amministratori o di dirigenti chiave senza riuscire a sostituirli;
  • perdita di mercati fondamentali, di contratti di distribuzione, di concessioni o di fornitori importanti;
  • difficoltà nell’organico del personale o difficoltà nel mantenere il normale flusso di approvvigionamento da importanti fornitori.

Altri indicatori

  • capitale ridotto al di sotto dei limiti legali o non conformità ad altre norme di legge;
  • contenziosi legali e fiscali che, in caso di soccombenza, potrebbero comportare obblighi di risarcimento che l’impresa non è in grado di rispettare;
  • modifiche legislative o politiche governative dalle quali si attendono effetti sfavorevoli all’impresa.

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