Crisi di impresa

La continuità aziendale nella prospettiva economico-finanziaria

Il fondato indizio di uno stato di crisi, secondo l’art. 13 del D.Lgs. n. 14/2019, viene tradotto in una serie di indicatori e di indici atti a evidenziare la condizione di insolvenza dell’azienda. Dalla lettura del primo e del secondo comma del predetto articolo è, infatti, possibile individuare un set di indicatori idonei a garantire interventi tempestivi indirizzati al rispristino dell’equilibrio economico, patrimoniale e finanziario della compagine aziendale. Il secondo comma dell’art. 13, nello specifico, richiede l’intervento del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili, quale organismo deputato all’individuazione di un modello e uno schema di indici utili al processo di segnalazione dello stato di difficoltà finanziaria dell’impresa.

L’equilibrio economico, patrimoniale e finanziario nell’ottica della continuità aziendale

L’art. 13, primo comma del D.Lgs. n. 14 del 12 gennaio 2019 recita “costituiscono indicatori di crisi, gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività imprenditoriale svolta dal debitore, tenuto conto della data di costituzione e di inizio attività, rilevabili attraverso appositi indici”. Alla base di qualunque fenomeno di crisi, secondo quanto riportato nel suddetto inciso, vi è sicuramente il valore segnaletico espresso dal mancato raggiungimento dell’equilibrio economico, finanziario e patrimoniale da parte dell’impresa.

Quando parliamo di equilibrio economico o reddituale, facciamo riferimento al concetto di “autosufficienza economica”, ovvero di attitudine dell’impresa a conseguire ricavi mediamente superiori rispetto ai costi sostenuti con un orizzonte temporale di breve, così come di medio e lungo periodo. In altri termini, l’azienda deve essere in grado di garantirsi un’autonomia reddituale stabilendo linee strategiche senza subire forzature o influenze innanzitutto di terze parti (ad esempio il cliente con cui abbiamo dei contratti che rappresentano l’80% del nostro fatturato). L’autosufficienza economica va interpretata anche in un’ottica interna, nel senso di parziale e non totale dipendenza dall’organo dirigenziale, che nel definire gli indirizzi strategici dovrà scegliere, tra un ventaglio di alternative, quella ritenuta più consona agli obiettivi da raggiungere, senza con ciò mettere a rischio la sopravvivenza dell’impresa. A questo proposito un sistema di indicatori e indici di allerta potrebbe preservare l’impresa e la sua sopravvivenza da scelte azzardate da parte del management.  

L’autonomia reddituale non può essere confusa con l’autosufficienza finanziaria, da cui l’equilibrio finanziario, che è da intendersi come giusto rapporto tra capitale proprio e capitale di credito (o di terzi). Questo a voler sottolineare che gli investimenti (fabbisogno finanziario) sia di breve (ad esempio crediti, magazzino, ecc.) che durevoli (ad esempio le immobilizzazioni), non richiedono la copertura con il solo capitale proprio, essendo fisiologico il ricorso al capitale di terzi nel rispetto dei vincoli imposti da regole di un’adeguata struttura finanziaria (leva finanziaria).

L’equilibrio finanziario rappresenta, quindi, la capacità dell’azienda di far fronte con continuità ai pagamenti e può essere indagato sotto un triplice aspetto:

  • finanziario in senso lato, ricomprendendo in esso l’indagine sia dei crediti che dei debiti di finanziamento, oltre ai crediti e debiti di funzionamento e il denaro in cassa;
  • numerario, circoscrivendo l’analisi ai soli crediti e debiti di funzionamento, nonché al denaro;
  • monetario, che concerne le sole disponibilità liquide.

Volendo rappresentare il tutto graficamente avremo:

Continuità aziendale triplice aspetto variabile finanziaria
Il triplice aspetto della variabile finanziaria (fonte: “Il valore segnaletico della posizione finanziaria netta” in “Rivista Eutekne” n.09/2015)

Strettamente correlato all’equilibrio finanziario, vi è l’equilibrio patrimoniale, che sostanzialmente è dato dalla sincronizzazione armonica temporale, tra investimenti e fonti di finanziamento (principio della correlazione fonti-impieghi). L’assetto patrimoniale si considera in equilibrio qualora sia garantita la correlazione quali-quantitativa tra impieghi di risorse finanziarie e fonti di finanziamento. La correlazione stabilisce, infatti, che il reale fabbisogno finanziario dell’impresa, dato dagli impieghi a breve, trovi copertura chiamando in causa le fonti a breve scadenza, mentre il fabbisogno finanziario di medio-lungo periodo (impieghi) trovi capienza nelle fonti a medio-lungo termine. È inoltre bene sottolineare come la correlazione tra fonti (finanziamenti) e impieghi (investimenti) non vada osservata in un rapporto “uno ad uno”, ovvero singolo finanziamento per singolo investimento, quanto piuttosto in senso complessivo e, quindi, come insieme di mezzi finanziari rispetto all’insieme di beni impiegati dall’impresa nel processo produttivo.

Alla luce di quanto sopra esposto è chiaro che lo studio delle condizioni di equilibrio, reddituale, patrimoniale e finanziario, richiamate anche nell’art. 13 del Codice della crisi, va letto e interpretato in un contesto di equilibrio generale, poiché gli effetti prodotti dai fatti di gestione, incidono in misura maggiore o minore sui tre ambiti sopra esposti. Per cui, ad esempio, il processo produttivo (variabile economica) influisce sulla variabile fonti-impieghi (variabile patrimoniale) ed è a sua volta influenzato dalla variabile monetaria (incasso dei crediti e pagamento dei debiti). Con ciò si vuol ribadire che, qualunque fatto di gestione, non può essere indagato e monitorato sotto un solo aspetto, ma occorre porre la giusta attenzione sulle correlazioni che si potrebbero generare e gli effetti delle medesime, sia sotto la prospettiva reddituale, che patrimoniale, che finanziaria. Si tratta, in altri termini, di ricomporre un quadro di insieme per comprendere se i fattori produttivi e finanziari immessi nel sistema azienda vadano a influenzare positivamente o negativamente l’equilibrio generale. Una condizione “negativa”, relativamente a uno o più degli equilibri sopra esposti, molto spesso rappresenta un segnale che può assumere gradazione di colore differente fino ad arrivare a essere rappresentativo di una condizione di insolvenza patologica per l’impresa, con conseguenze sulla continuità aziendale.

Questo è il motivo per cui, così come si dirà nel proseguo, necessita che l’impresa si doti di una serie di strumenti idonei che facciano emergere una condizione di squilibrio il cui perdurare potrebbe condurre a una delle fasi della crisi d’impresa.

Gli indici di allerta ai sensi dell’art. 13 D.Lgs n. 14/2019 primo e secondo comma

L’articolo 13 del D.Lgs n. 14 del 12 gennaio 2019 individua un insieme di indicatori e indici significativi, in grado di evidenziare tempestivamente situazioni di criticità da cui può scaturire un disequilibrio reddituale, patrimoniale e finanziario della realtà aziendale.

Con l’art. 13, attraverso gli indicatori e gli indici proposti, si vuole quindi garantire:

  • la prevenzione di uno stato di crisi in relazione al ciclo di vita dell’azienda e alla sua attività economica;
  • la definizione di interventi correttivi, evitando l’insolvenza irreversibile dell’impresa;
  • la ricostruzione di una condizione di continuità mediante azioni stragiudiziali e, all’occorrenza, giudiziali.

L’articolo 13, primo comma, del D.Lgs. n. 14/2019

Alla luce di quanto sin’ora esposto, secondo l’art. 13 primo comma, affinché siano considerati significativi, necessita che “costituiscono indicatori di crisi, gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario”. Oltre a ciò, occorre che, “gli indici diano evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso o, quando la durata residua dell’esercizio al momento della valutazione è inferiore a sei mesi, per i sei mesi successivi”. In tal senso sono considerati “indici significativi quelli che rilevano la sostenibilità degli oneri di indebitamento con i flussi di cassa che l’impresa è in grado di generare, ovvero quelli che mettono in evidenza l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi. Costituiscono altresì indicatori di crisi ritardi nei pagamenti reiterati e significativi, anche sulla base di quanto previsto nell’articolo 24”.  

Nel rappresentare il “valore segnaletico” di indicatori e indici, si può desumere che, il legislatore abbia voluto dare al termine “indicatore” un’accezione un po’ più ampia rispetto a quello di “indice”. Il primo, infatti, è rappresentativo di una condizione di squilibrio economico, patrimoniale e finanziario, diversamente dagli indici il cui valore segnaletico si sofferma sul rapporto tra grandezze dello stato patrimoniale e del conto economico.

Gli indicatori e gli indici di allerta rilevabili in questo primo comma hanno la finalità di evidenziare:

  • la discontinuità, o meglio la difficoltà, per ciò che concerne la sostenibilità dei debiti entro i sei mesi successivi;
  • il pregiudizio in merito al principio della continuità aziendale che, seguendo l’OIC 11, ci permette di allungare il tempo di analisi ai dodici mesi;
  • i ritardi reiterati e significativi nel pagamento dei debiti relativi alle retribuzioni scadute da almeno sessanta giorni per un importo superiore alla metà rispetto alle retribuzioni del mese, oppure dei debiti relativi alle forniture scaduti da almeno centoventi giorni per un ammontare superiore rispetto ai debiti non scaduti (art. 24 del D.Lgs. N. 14/2019);
  • la scarsa patrimonializzazione, data dall’inadeguatezza dei mezzi propri rispetto ai mezzi di terzi.

Da sottolineare, inoltre, come i riferimenti agli indicatori e indici contenuti nel primo comma sembrino ricondurre al concetto di solvibilità, ovvero la sostenibilità dei debiti (equilibrio finanziario), piuttosto che al concetto della solidità (equilibrio patrimoniale) dato dall’adeguatezza dei mezzi propri da rapportare al capitale di finanziamento. Il tutto in un contesto di continuità aziendale.

L’articolo 13, secondo comma, del D.Lgs. n. 14/2019

Fermo restando le indicazioni fornite nel primo comma dell’art. 13, con riferimento al secondo comma del medesimo articolo, è stabilito che “Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, tenuto conto delle migliori prassi nazionali ed internazionali, elabora con cadenza almeno triennale, in riferimento ad ogni tipologia di attività economica secondo le classificazioni I.S.T.A.T.” (art. 13, secondo comma D.Lgs. n. 14/2019).

A tal proposito, la bozza del documento sugli indici di allerta predisposto dal CNDCEC, al vaglio del MISE, si propone come un sistema gerarchico di indici a far presumere in maniera ragionevole la sussistenza di elementi di crisi. Si tratta di un set di indici a disposizione di coloro i quali dovranno evidenziare, o meglio segnalare, una condizione di difficoltà finanziaria dell’impresa.

Il modello prescelto, multivariato su una logica “combinata” (come risulta dalla bozza del documento del CNDCEC del 19 ottobre 2019 al paragrafo 2.2), proposto dal CNDCEC si struttura su due step di analisi, ovvero su due raggruppamenti di indici, suddivisi ciascuno in livelli, da leggere seguendo un iter logico che ne permetta una valutazione congiunta, omogenea e, pertanto, unitaria.

La scelta del modello si pone come obiettivo quello di limitare gli errori nella fase di segnalazione dello stato di insolvenza, sia con riferimento ai “falsi positivi” che ai “falsi negativi”. Nella prima circostanza rientrano le imprese per le quali si potrebbe ipotizzare uno stato di insolvenza, sconfessato nel futuro più prossimo. È il caso, ad esempio, di una condizione di crisi fisiologica, legata a un particolare evento, superabile attraverso specifiche strategie. I “falsi negativi” considerano, invece, le imprese che all’apparenza non presentano condizioni di insolvenza, ma che in realtà potrebbero dimostrarsi, da qui a breve, in difficoltà da un punto di vista finanziario. È questo il caso, ad esempio, di crediti incagliati, la cui reale natura non è stata richiamata in bilancio.

Ritornando al sistema di indici prescelto dal CNDCEC, è stata indicata una struttura ad albero a partire dal primo raggruppamento, dato da:

  • Primo livello: determinazione del Patrimonio netto negativo. In questa circostanza, il dato evidenzia uno stato di insolvenza conclamato oggetto di segnalazione.

Qualora invece il Patrimonio netto risultasse positivo si passa al livello successivo:

  • Secondo livello: determinazione del Debt service coverage ratio (Dscr). Per il suo calcolo possono essere seguiti due metodi alternativi:
    • il metodo fondato sulla redazione da parte dell’impresa di un budget di tesoreria in grado di mettere in evidenza le entrate e le uscite di disponibilità liquide, attese nei successivi sei mesi;
    • il metodo basato sul calcolo del rapporto tra i flussi di cassa complessivi liberi al servizio del debito attesi nei sei mesi successivi, e i flussi necessari per rimborsare il debito non operativo e con scadenza sempre negli stessi sei mesi.

La scelta di un metodo piuttosto che di un altro spetta agli organi di controllo, sulla base della qualità e affidabilità dei relativi flussi informativi. La determinazione di un DSCR minore di zero è invece chiaro segnale di ragionevole presunzione dello stato di crisi.

Il secondo raggruppamento di indici, facente parte del secondo step di analisi, si attiva allor quando  il DSCR risulta inattendibile o di difficile determinazione. A questo proposito si procede, quindi, al calcolo di cinque indici a ciascuno dei quali è assegnato un valore soglia a seconda del settore economico di appartenenza. Il superamento congiunto del valore soglia dei cinque indici può essere letto e interpretato come indizio dello stato di crisi dell’impresa.

  • Indice di sostenibilità degli oneri finanziari:
Oneri Finanziari
Fatturato
  • Indice di adeguatezza patrimoniale:
Patrimonio Netto
Debiti totali dell’impresa
  • Indice di ritorno liquido dell’attivo:
Cash Flow
Totale attivo
  • Indice di liquidità:
Totale Attività
Debiti a breve termine
  • Indice di indebitamento previdenziale o tributario:
Debito previdenziale o tributario
Totale attivo

Seguendo la gerarchia tratteggiata poc’anzi, l’applicazione degli indici e, pertanto l’accertamento dello stato di crisi, avverrà sulla base dello schema riportato di seguito:

Continuità aziendale accertamento stato di crisi

In sostanza, occorre valutare primariamente il patrimonio netto; se è positivo si procederà con la valutazione dell’Indice Debt Service Coverage Ratio, e se anche quest’ultimo risulterà positivo, allora verrà bocciata l’ipotesi di presunzione dello stato di crisi. Contrariamente, invece, se il patrimonio netto è negativo, ovvero anche l’indice DSCR risulta negativo, sarà riscontrata la sussistenza di una situazione di crisi.

Infine, qualora il patrimonio netto risultasse positivo, ma l’indice DSCR risultasse inattendibile o non disponibile, si procederà con l’esame dei cinque indici di settore. Solo nel caso in cui venissero superate unitariamente tutte le soglie, allora si avallerà l’ipotesi di esistenza di segnali di crisi.

Di seguito il dettaglio dei livelli soglia proposti dal CNDCEC e distinti per settore:

Settore Oneri finanziari/ Ricavi % Patrimonio netto/ Debiti totali % Liquidità a breve termine (Attività a breve/ Passività a breve) % Cash Flow/ Attivo % Indebitamento previdenziale-tributario/ Attivo %
Agricoltura, silvicoltura e pesca 2,8 9,4 92,1 0,3 5,6
Estrazione, manifattura, produzione energia/gas 3,0 7,6 93,7 0,5 4,9
Forn. Acqua reti fognarie, rifiuti, trasm. Energia/gas 2,6 6,7 84,2 1,9 6,5
Costruzione di edifici 3,8 4,9 108,0 0,4 3,8
Ingegneria civile, costr. Specializzate 2,8 5,3 101,3 1,4 5,3
Comm. Ingrosso e dett. Autoveicoli, comm. Ingrosso, distrib. Energia/gas 2,1 6,3 101,4 0,6 2,9
Comm. Dettaglio, bar e ristoranti 1,5 4,2 89,8 1,0 7,8
Trasporto e magazzinaggio, Hotel 1,5 4,1 86,0 1,4 10,2
Servizi alle imprese 1,8 5,2 95,4 1,7 11,9
Servizi alle persone 2,7 2,3 69,8 0,5 14,6

Lo scopo del sistema così implementato, come già accennato in precedenza, è quello di restringere il campo di applicazione della procedura di allerta, riducendo, in tal modo, il numero di segnalazioni per quelle imprese che non possono essere considerate in stato di crisi.

Giungendo alla conclusione, la procedura di allerta implementata dalla nuova riforma sulla crisi d’impresa, sembrerebbe porre le basi per una nuova cultura d’impresa, un nuovo modus operandi per la gestione di un’attività imprenditoriale. Tuttavia, preme precisare che, il sistema di indici di allerta elaborato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, ai sensi del secondo comma dell’art. 13 del D.Lgs. n. 14/2019, è subordinato rispetto agli assetti organizzativi di un’impresa, al suo generale sistema di controllo e alla prioritaria verifica della prospettiva di continuità aziendale. Secondo il CNDCEC, infatti, gli indici di allerta costituiscono sì segnali di crisi, ma non bastano, da soli, a far ritenere fondato uno stato di crisi.

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